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Google e ICE: il motto ‘Don’t be evil’ è ancora valido?

Una petizione di oltre 880 dipendenti di Google chiede la fine dei contratti con le autorità di immigrazione statunitensi, sollevando dubbi sull'etica aziendale e la responsabilità sociale.
  • Oltre 880 dipendenti Google chiedono stop contratti con ICE.
  • Nel 2019, 1500 dipendenti chiesero stop collaborazione con CBP.
  • Gruppo No Tech for Apartheid contro la militarizzazione tecnologica.

## Cresce la pressione interna su Google per i contratti con le autorità di immigrazione statunitensi

Oltre 880 tra dipendenti e collaboratori di Google hanno sottoscritto una petizione questa settimana, esortando l’azienda a rivelare e annullare qualsiasi contratto in essere con le autorità di immigrazione degli Stati Uniti. Nella lettera, resa pubblica venerdì, i firmatari esprimono la loro “veemente opposizione” agli accordi di Google con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS), che include l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e il Customs and Border Protection (CBP).
“Ci opponiamo all’utilizzo della tecnologia che sviluppiamo per alimentare la violenza statale in tutto il mondo”, ha dichiarato un ingegnere software di Google, che ha preferito rimanere anonimo per timore di ritorsioni. Un altro dipendente, identificato come Alex, ha aggiunto: “Non voglio beneficiare della sofferenza altrui, lo trovo abominevole e mi rifiuto di essere un partecipante silenzioso in questo sistema“. In risposta alle richieste formulate nella petizione, Google non ha voluto rilasciare alcun commento ufficiale. Ciò nonostante, un portavoce della compagnia – anch’egli senza nome per questioni legate alla sicurezza – ha puntualizzato come le tecnologie al centro della polemica siano servizi fondamentali per il calcolo e l’archiviazione dei dati accessibili a tutti i clienti.

## Sfondo delle contestazioni e reazioni del settore tecnologico

Le agenzie d’immigrazione degli Stati Uniti si sono ritrovate nel mirino delle critiche quest’anno a causa dell’escalation nelle deportazioni voluta dall’amministrazione Trump; una situazione che ha dato origine a proteste diffuse in tutto il Paese. In particolare, a Minneapolis si sono verificati tafferugli tra manifestanti ed agenti federali che hanno condotto all’uccisione di due cittadini americani ad opera dei funzionari incaricati dell’immigrazione; eventi ripresi tramite filmati virali che hanno acceso la collera pubblica.

A titolo esemplificativo, possono essere citati alcuni tra i contratti più proficui sottoscritti dal Dipartimento della Sicurezza Nazionale relativi alla fornitura sia di software sia di equipaggiamento tecnologico garantito da molteplici aziende. Una ristretta percentuale dei lavoratori appartenenti a tali fornitori – Google, Amazon e Palantir figurano tra i nomi più noti – ha sollevato nel corso degli anni interrogativi inquietanti sul potenziale utilizzo delle tecnologie sviluppate in contesti legati alla sorveglianza e alla perpetrabilità di atti aggressivi.
Nel 2019, una cifra approssimativa pari a 1.500 dipendenti di Google, firmando una petizione, reclamò dall’azienda madre la sospensione immediata della collaborazione con il Customs and Border Protection fino alla cessazione definitiva delle pratiche che venivano considerate vere e proprie infrazioni ai diritti umani. Recentemente, inoltre, è emerso un appello del personale dell’unità AI presso Google affinché i vertici aziendali forniscano spiegazioni dettagliate su come intendono evitare intrusioni da parte dell’ICE nei luoghi di lavoro.

## La risposta di Google e le richieste dei dipendenti
Le aziende tecnologiche hanno in gran parte difeso il loro lavoro per il governo federale o hanno respinto l’idea di fornire assistenza in modi discutibili. Le strutture contrattuali governative talvolta si avvalgono degli intermediari; ciò rende arduo per i lavoratori discernere gli strumenti utilizzati dalle agenzie e le rispettive finalità.

In questo contesto sorge una nuova petizione interna presso Google: il suo fine è quello d’incoraggiare l’azienda a prendere atto degli sviluppi recenti e delle collaborazioni in corso con le autorità migratorie. Questo movimento trova origine nel gruppo No Tech for Apartheid, composto da impiegati provenienti da Google ed Amazon contrari alla militarizzazione tecnologica. Tale pratica riguarda infatti il coinvolgimento delle piattaforme IT aziendali insieme ai servizi cloud e all’intelligenza artificiale nei dispositivi militari o nelle reti pubbliche di sorveglianza.

I firmatari della petizione chiedono alla dirigenza del colosso informatico una posizione chiara: urge infatti chiamare in causa il governo statunitense affinché riveda urgentemente le proprie politiche d’applicazione relativa all’immigrazione. È altresì richiesto lo svolgimento d’una conversazione interna volta ad analizzare i criteri adottati nella valutazione sulla vendita dei propri prodotti alle entità governative. Richiede inoltre che Google adotti ulteriori misure per proteggere la propria forza lavoro, rilevando che gli agenti dell’immigrazione hanno recentemente preso di mira un’area vicino a un data center Meta in costruzione.
## Riflessioni conclusive: responsabilità etica e trasformazione digitale
La vicenda solleva interrogativi cruciali sul ruolo delle aziende tecnologiche e sulla loro responsabilità etica nell’era della trasformazione digitale. La petizione dei dipendenti di Google evidenzia una crescente consapevolezza all’interno del settore tech riguardo alle implicazioni sociali e politiche del proprio lavoro.

La richiesta di maggiore trasparenza sui contratti con le agenzie governative e di una discussione interna sui principi etici che guidano le decisioni aziendali rappresenta un passo importante verso una maggiore accountability. Tuttavia, la risposta di Google, che si limita a sottolineare la natura “di base” dei servizi forniti, appare insufficiente di fronte alle preoccupazioni sollevate dai dipendenti.

È evidente che il motto “Don’t be evil“, un tempo simbolo dell’etica aziendale di Google, sembra ormai lontano dalla realtà dei fatti. La pressione dell’amministrazione Trump e la potenziale perdita di contratti lucrativi sembrano aver prevalso sui principi etici, portando l’azienda a privilegiare il profitto rispetto alla responsabilità sociale.

In un contesto in cui la tecnologia è sempre più intrecciata con la politica e la società, è fondamentale che le aziende tech si assumano la propria responsabilità e si impegnino a garantire che i propri prodotti e servizi non vengano utilizzati per violare i diritti umani o per alimentare la violenza statale.

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Amici, parliamoci chiaro. L’automazione e la scalabilità produttiva sono fantastici, permettono di fare un sacco di cose velocemente e a basso costo. Ma se poi queste tecnologie finiscono per essere usate per scopi discutibili, come tracciare e deportare persone, allora forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere. Un concetto primario riguardante l’automazione stabilisce chiaramente che questa deve risultare un supporto per l’umanità, anziché il contrario. Su un piano più complesso, va detto che le aziende produttrici di tali tecnologie portano su di sé una responsabilità ancora più forte nell’assicurare uso etico e responsabile.

È opportuno riflettere: siamo sinceramente intenzionati a edificare un futuro più luminoso, o piuttosto ci accingiamo a delegare alla macchina la nostra disumanizzazione?


Articolo e immagini generati dall’AI, senza interventi da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il suo contenuto.(scopri di più)
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