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- Irruzione Fbi: sequestrati dispositivi elettronici a Hannah Natanson il 14/01/2026.
- Perez-Lugones accusato di aver sottratto materiale classificato e condiviso via chat.
- Natanson, con 1.100+ fonti, definita 'sussurratrice del governo federale'.
- Giudice blocca temporaneamente l'Fbi dall'esaminare i dispositivi sequestrati.
- Il Washington Post definisce il sequestro 'atto oltraggioso'.
Un’escalation preoccupante
Il 14 gennaio 2026, l’FBI ha compiuto un’irruzione nell’abitazione di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, nell’ambito di un’indagine su Aurelio Perez-Lugones, un contractor governativo accusato di aver illegalmente sottratto materiale classificato. L’azione, definita “altamente insolita e aggressiva” dal quotidiano, ha sollevato immediate preoccupazioni riguardo alla libertà di stampa e ai limiti dell’azione governativa nei confronti dei giornalisti. Gli agenti hanno sequestrato dispositivi elettronici, tra cui il telefono, due computer portatili (uno dei quali fornito dal Washington Post) e uno smartwatch Garmin.
La vicenda ha avuto inizio con l’arresto di Perez-Lugones, accusato di aver consultato senza autorizzazione database contenenti informazioni classificate e di aver sottratto tali informazioni. Secondo un funzionario del Dipartimento di Giustizia, Perez-Lugones avrebbe comunicato con Natanson tramite il suo dispositivo mobile, condividendo informazioni classificate via chat. Durante la perquisizione della sua abitazione e della sua auto, sarebbero stati rinvenuti documenti classificati relativi alla difesa nazionale.

Le reazioni del mondo dell’informazione e della politica
L’irruzione ha scatenato un’ondata di condanne da parte di organizzazioni a difesa della libertà di stampa. Bruce D. Brown, presidente del Reporters Committee for Freedom of the Press, ha definito la perquisizione “una tremenda escalation nelle intrusioni dell’amministrazione nell’indipendenza della stampa”. Jameel Jaffer, direttore esecutivo del Knight First Amendment Institute, ha chiesto una spiegazione pubblica da parte del Dipartimento di Giustizia, sottolineando come tali azioni possano “deterere e impedire il giornalismo, che è vitale per la nostra democrazia”.
L’Attorney General Pam Bondi ha difeso l’operato dell’FBI, affermando che l’azione è stata compiuta su richiesta del Dipartimento della Difesa e che l’amministrazione Trump “non tollererà fughe illegali di informazioni classificate che, una volta divulgate, rappresentano un grave rischio per la sicurezza nazionale”.
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- 🤔 Ma se la giornalista avesse davvero messo a rischio la sicurezza nazionale...?...
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Il ruolo di Hannah Natanson e le implicazioni per la libertà di stampa
Natanson, che si definisce “la sussurratrice del governo federale” del Washington Post, si occupa principalmente di tematiche legate alla forza lavoro federale. In un articolo pubblicato di recente, ha descritto come il suo lavoro l’abbia portata a raccogliere informazioni da oltre 1.100 fonti, tra dipendenti ed ex dipendenti federali, che le hanno confidato storie “che le persone all’interno delle agenzie governative non avrebbero dovuto dirmi”.
La perquisizione della sua abitazione e il sequestro dei suoi dispositivi elettronici rappresentano un precedente allarmante per la libertà di stampa negli Stati Uniti. La possibilità che l’FBI possa accedere a comunicazioni confidenziali tra Natanson e le sue fonti solleva seri interrogativi sulla protezione delle fonti giornalistiche e sulla capacità dei giornalisti di svolgere il proprio lavoro in modo indipendente.
La risposta della magistratura e le prospettive future
Un giudice federale ha temporaneamente bloccato l’FBI dall’esaminare i dispositivi sequestrati a Natanson, in attesa di una revisione del caso. Il Washington Post ha presentato una mozione per la restituzione dei dispositivi, definendo il sequestro “un atto oltraggioso che reprime la libertà di parola, paralizza il giornalismo e infligge danni irreparabili ogni giorno in cui il governo tiene in mano questi materiali”.
La vicenda è destinata a sollevare un acceso dibattito sui limiti dell’azione governativa nei confronti dei giornalisti e sulla necessità di proteggere la libertà di stampa in un’era in cui la diffusione di informazioni classificate rappresenta una sfida sempre più complessa per la sicurezza nazionale.
Verso un equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà di stampa: una riflessione necessaria
L’irruzione nell’abitazione della giornalista del Washington Post ci pone di fronte a un dilemma cruciale: come bilanciare la necessità di proteggere la sicurezza nazionale con la garanzia della libertà di stampa, un pilastro fondamentale di ogni società democratica?
L’automazione, in questo contesto, può giocare un ruolo ambiguo. Da un lato, strumenti automatizzati di analisi dei dati potrebbero aiutare a identificare e prevenire la fuga di informazioni classificate. Dall’altro, l’uso indiscriminato di tali strumenti potrebbe portare a una sorveglianza eccessiva dei giornalisti e delle loro fonti, minando la loro capacità di svolgere il proprio lavoro.
Una nozione base di automazione applicabile a questo caso è l’utilizzo di sistemi di data loss prevention (DLP) per monitorare e controllare il flusso di informazioni sensibili all’interno delle organizzazioni governative. Una nozione avanzata potrebbe riguardare l’implementazione di tecniche di intelligenza artificiale (IA) etica per analizzare i dati e identificare potenziali minacce alla sicurezza nazionale, evitando al contempo di violare la privacy e la libertà di espressione.
La vicenda di Hannah Natanson ci invita a una riflessione profonda sul ruolo del giornalismo investigativo in una società democratica e sulla necessità di proteggere i giornalisti da intimidazioni e ritorsioni. Solo garantendo la loro libertà di svolgere il proprio lavoro potremo assicurare un’informazione libera e indipendente, essenziale per il corretto funzionamento della democrazia.








